Mondiali di calcio 2018 San Pietroburgo - Circle Magazine
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I mondiali di calcio sognati da San Pietroburgo

di Marco Patrioli

La nuova veste di San Pietroburgo è elegante e lucida come mai prima, ma non è solo un restyling per i mondiali di calcio del 2018. In questa città l’ingaggio è sempre prima di tutto sentimentale: che sia il progetto iniziale dello zar Pietro nato dal sogno di fare di una palude una capitale sospesa su centinaia di canali, o che sia il crescendo di eccessi estetici e monumentali, la vera Pietroburgo la leggi solo in un controluce affettivo. Non è un caso che persino un uomo di sport e di pratiche certezze, Roberto Mancini – da qualche mese alla guida dello Zenit, che qui è una religione non meno che da noi i club di calcio più blasonati – abbia confessato in una intervista di tornare con puntuale regolarità al Museo dell’Hermitage, solo per sentirsi investito da tanta forza espressiva.

San Pietroburgo. Foto di Marco Patrioli
San Pietroburgo. Foto di Marco Patrioli

La bellezza è prima di tutto una questione di cuore, proprio come il calcio e come l’organizzazione dei mondiali: un colosso in moto già da anni per restituire una immagine di un Paese diverso da quello cui eravamo soliti pensare. In un momento in cui la Federazione Russa cambia tanto rapidamente quanto più a noi sembra immutabile nella sua vecchia pelle di “orso” sonnacchioso, Pietroburgo già da anni è solo una lontana parente di quella superba ma polverosa gloria che appariva agli occhi dei pochi occidentali arrivati negli anni della cortina di ferro.

San Pietroburgo. Museo Hemitage. Foto di Marco Patrioli
San Pietroburgo. Amore e Psiche, gruppo scultoreo di Antonio Canova, al Museo Hemitage. Foto di Marco Patrioli

Con l’Unione Sovietica questa città condivideva soprattutto una certa svogliata eppure autorevole disposizione: Leningrado era un magnifico aquilone con il filo rotto, che si librava in alto ma andava un po’ per conto suo. Non puoi dare una direzione a una città di cinque milioni di abitanti, senza averla prima reinventata: non puoi mai averne veramente il pieno controllo senza prima restituirle il suo coefficiente di surrealtà. San Pietroburgo ha imparato a danzare sui piedi del caos, eppure sempre dritta, come uno dei suoi simboli, la Colonna di Alessandro, un blocco di marmo colossale fatto arrivare tutto d’un pezzo dalla Karelia, e tutto d’un pezzo poggiato, solo poggiato senza puntelli, di fronte al Palazzo di Inverno. Nelle giornati di vento forte lo si vede persino oscillare.

San Pietroburgo, superstrada. Foto di Marco Patrioli
San Pietroburgo, superstrada. Foto di Marco Patrioli

Di operazioni tanto colossali è costellata la storia della Russia, e oggi ne sono testimoni l’accelerazione e il rinnovamento imposti dall’appuntamento con i mondiali di calcio. Ad iniziare dalle recenti costruzioni dello stadio, la Санкт-Петербург Арена (San Pietroburgo Arena) arpionato sulle sabbie mobili dell’ Isola Krestovskij, per arrivare alle fantasmagorie futuristiche della vicina superstrada aperta nel 2017 che galleggia in aria tra il mar Baltico e il cielo gelato del nord estremo.

San Pietroburgo Chiesa del Salvatore sul Sangue Versato. Foto di Marco Patrioli
San Pietroburgo Chiesa del Salvatore sul Sangue Versato. Foto di Marco Patrioli

Prima della sua costruzione, gli abitanti dell’Isola Vasilijevskij, una delle più celebri e popolate, di notte durante le ore di aprtura dei ponti per il transito delle navi, non avevano modo di tornare a casa, o di uscire dall’isola.
Un po’ di romanticismo è andato perduto, c’era chi si innamorava in attesa della chiusura di un ponte, alle tre di notte, quando la luce di fine giugno già inondava la città. E tra le conseguenze dei lavori massicci, durati anni e con un ampio corollario di accuse di corruzione e infiltrazioni mafiose, ci sono anche discussioni e polemiche che riguardano una presunta innocenza perduta. Dove c’era solo mare, è stata messa sabbia e poi costruito il grattacielo Gazprom, l’ennesimo simbolo delle contraddizioni e dell’abbraccio viscerale, in Russia, tra governo, imprenditori e oligarchi.
Eppure neanche  questo rivolgimento totale, essenziale e intimo, ha potuto sottrarre alla città la sua dimensione lunare: quella che durante il lungo inverno ruba alla neve i riflessi di porcellana e durante le infinite notti bianche prende in prestito i colori pastello del cielo.

San Pietroburgo. Foto di Marco Patrioli
San Pietroburgo. Foto di Marco Patrioli

Perché San Pietroburgo, mondiali o no, continua a essere una di quelle poche città al mondo – Roma, Palmira, Venezia, Esfahan – in cui la vita del presente aderisce come una pellicola invisibile alla vita del passato, una città consacrata al sogno eppure dalle inflessibile geometrie dettate dai suoi canali. Una città che può essere il palcoscenico sordido di Delitto e Castigo di Dostojevskij, quello nobiliare dei palazzi ottocenteschi che coronano la prospettiva Nevski, ma anche quello festoso di un mondiale di calcio mai tanto atteso

San Pietroburgo, stadio. Foto di Marco Patrioli
San Pietroburgo, stadio. Foto di Marco Patrioli